Australia, no ai social per gli under 16: l’Italia seguirà questa strada?

Social Minori

Dal 10 dicembre 2025 l’Australia ha introdotto il primo divieto assoluto al mondo: i minori di 16 anni non possono più usare social media come TikTok, Instagram, Facebook o YouTube. Le piattaforme devono verificare l’età degli utenti, chiudere gli account non conformi e accettare multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani in caso di violazione. L’obiettivo è arginare dipendenze digitali, cyberbullismo ed esposizione a contenuti dannosi.

L’Europa prepara una stretta comune

La decisione australiana ha accelerato i lavori a Bruxelles. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede di fissare a 16 anni l’età minima per accedere liberamente ai social in tutta l’UE, con possibilità di iscrizione tra i 13 e i 16 anni solo con consenso dei genitori. La risoluzione non è vincolante, ma segna il primo passo verso una regolamentazione più severa a livello comunitario.

La normativa italiana attuale e i suoi limiti

In Italia resta in vigore la disciplina del 2018 sul trattamento dei dati personali: iscrizione autonoma consentita dai 14 anni, autorizzazione dei genitori sotto quella soglia. Una norma spesso ignorata, secondo gli osservatori, da milioni di under 14 che utilizzano quotidianamente i social senza reali barriere d’accesso.

Il DDL “baby influencer”: la proposta italiana sul tavolo

Il tema è già arrivato in Parlamento. Il cosiddetto DDL “baby influencer”, presentato al Senato il 23 novembre 2023 e assegnato alle Commissioni nel *gennaio 2024, è tornato centrale proprio alla luce del modello australiano. Il testo propone di vietare l’apertura di account social ai minori di **15 anni, alzare da *14 a 16 anni l’età minima per esprimere autonomamente il consenso al trattamento dei dati personali e introdurre verifiche più rigide da parte dei genitori e delle piattaforme. È prevista inoltre una regolazione specifica per i contenuti prodotti da minorenni, soprattutto a fini commerciali.

Pressioni legali e responsabilità delle piattaforme

In parallelo, alcune famiglie italiane hanno avviato azioni legali contro piattaforme come Meta e TikTok, accusandole di non applicare controlli adeguati sull’età degli utenti e di esporre i minori a rischi per la salute mentale. La questione conferma l’urgenza di un intervento normativo che renda effettive regole oggi facilmente aggirabili.

Il bivio italiano tra divieto e educazione digitale

Il dibattito resta acceso. C’è chi sostiene che il modello australiano rappresenti un’inevitabile linea di protezione e chi teme che un divieto rigido possa spingere i ragazzi verso account falsi o piattaforme non monitorate. Altri sottolineano che senza un investimento serio nell’educazione digitale qualsiasi stretta rischia di essere inefficace.

L’Italia osserva, ma non potrà farlo ancora a lungo. Con la pressione dell’Europa e un DDL già incardinato in Parlamento, il Paese dovrà scegliere tra una regolamentazione radicale o un approccio più equilibrato, capace di combinare tutele, responsabilità delle piattaforme e formazione reale. In un contesto in cui la vita digitale dei giovanissimi corre più veloce delle leggi, la decisione diventa inevitabile.

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