Buy european e Made in Eu vs Made in Italy, il difficile equilibrio da trovare

“Buy european”, ovvero compra europeo, è il motto diventato un mantra nelle ultime settimane, in particolare a seguito dei dazi decisi da Donald Trump e comunque alla “postura” non favorevole all’Europa del presidente degli Stati Uniti. In particolare se ne parla molto, negli ultimi tempi, in relazione al dibattito sull’utilizzo dei fondi (90 miliardi) stanziati per il sostegno all’Ucraina. In particolare è la Francia di Emmanuel Macron a promuovere la strategia del “buy european” – soprattutto per difesa ed alta tecnologia – per sostenere l’economia del Continente a svantaggio delle importazioni dagli Usa. Una strategia che non tutti sostengono appieno perché se da un lato può favorire consumi e produzioni interne, dall’altro può creare problemi nel rapporto con l’alleato americano. 

Il Made in Italy, ricchezza del Paese

E’ il caso dell’Italia, che nonostante i dazi continua ad avere nell’America uno dei principali mercati di sbocco: secondo gli ultimi dati ISTAT nel periodo gennaio–dicembre 2025 l’export italiano verso gli Stati Uniti è cresciuto del 7,2 per cento rispetto al 2024. Questo perché il Made in Italy continua a ‘tirare’, come confermano le cifre generali dell’export che ha visto nel 2025 una crescita del 2,3% nei mercati extra-Ue. Il Made in Italy non è solo un marchio ma è un vero e proprio meta-brand che racchiude in sé sia qualità produttiva e saper fare che la narrazione di uno stile di vita, di una cultura, quella italiana appunto. Per questo uno dei principali obiettivi del governo in sede europea è evitare (come non di rado accade) provvedimenti che nell’ottica della standardizzazione possano finire per appiattire le differenze che sono appunto la caratteristica del Made in Italy. E’ questo il caso della contesa Made in Italy vs Made in Europe. 

Made in Italy vs Made in Europe

Il marchio Made in EU (o Made in Europe) è stato istituito dalla Commissione Europea. Non è obbligatorio ma è stato pensato per garantire qualità, rispetto delle norme di produzione europee e sicurezza del consumatore. Recentemente, Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’Industria, tramite un editoriale pubblicato da varie testate internazionali, ha chiesto che Bruxelles stabilisca “una volta per tutte una vera e propria preferenza europea nei settori più strategici” promuovendo il “buy european” e il Made in Europe. Un concetto sposato anche dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, con alcuni paletti. Ovvero il fatto che potenziare la forza del Made in Eu non vada a scapito dei marchi statali, in testa quello italiano. 

Sì perché il Made in Eu è un marchio ben diverso dal Made in Italy: secondo le regole del Codice Doganale UE, un prodotto è Made in EU se l’ultima operazione di produzione sostanziale, economicamente giustificata e che ha trasformato il prodotto in un bene nuovo, ha avuto luogo in un paese membro. Essendo un marchio valido per un insieme di 27 Paesi, il Made in Europe non ha come finalità la valorizzazione delle differenze ma piuttosto la creazione di uno standard minimo valido in tutti gli Stati membri. Per questo, puntando alla promozione del Made in Eu, la Commissione europea può varare delle norme che in realtà penalizzano le produzioni nazionali, come appunto il Made in Italy. Tenendo fermo il principio che l’Europa deve passare da terreno di conquista ad attore protagonista, la sfida – non sempre semplice – è dunque quella di conciliare i due brand.

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