Champagne nel mirino di Trump: la sfida alla Francia e l’occasione (con rischi) per il vino italiano

Trump

La minaccia è arrivata senza giri di parole. Donald Trump ha annunciato l’intenzione di imporre dazi al 200% su vini e champagne francesi, collegando apertamente la misura alla decisione del presidente Emmanuel Macron di non aderire al Board of Peace per la ricostruzione di Gaza. «Applicherò tariffe del 200% su vini e champagne e lui si unirà», ha dichiarato Trump, aggiungendo che Macron «lascerà l’incarico molto presto» e che quindi «va bene così».

Un attacco diretto che riaccende lo scontro commerciale tra Stati Uniti ed Europa e che, ancora una volta, trasforma il vino in uno strumento di pressione politica.

Un colpo che va oltre la Francia

La reazione francese non si è fatta attendere. La Federazione dei vini e distillati ha chiesto all’Unione europea di affrontare la minaccia «in modo unito e coordinato», sottolineando che le parole di Trump vanno ben oltre una disputa commerciale settoriale. Secondo Parigi, il rischio è che le tensioni aggravino ulteriormente i rapporti tra Usa, Ue e Francia, chiamando in causa direttamente la competenza europea sulla politica commerciale.

Il timore, condiviso anche a Bruxelles, è che la misura possa diventare un precedente capace di allargare il fronte dello scontro a tutto l’export europeo di vino e alcolici.

Effetto dazi sul mercato americano

Un dazio del 200% renderebbe di fatto proibitivi champagne e vini francesi sul mercato statunitense. Importatori e distributori americani hanno già fatto sapere che, a fronte di tariffe di questa entità, molte importazioni verrebbero sospese: i prezzi al consumo salirebbero drasticamente e la domanda si contrarrebbe fino quasi ad azzerarsi.

In uno scenario simile, il mercato Usa sarebbe costretto a riorientarsi rapidamente, soprattutto nel segmento degli spumanti e dei vini premium europei.

Dove entra in gioco l’Italia

È qui che l’Italia osserva con attenzione. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato extraeuropeo per il vino italiano, con un export che negli ultimi anni ha superato i 1,9 miliardi di euro. Prosecco, spumanti e vini fermi italiani occupano già una posizione consolidata sugli scaffali americani.

Se lo champagne francese diventasse improvvisamente inaccessibile per una larga fascia di consumatori, una parte della domanda potrebbe spostarsi verso etichette italiane percepite come alternative di qualità, soprattutto nella fascia medio-alta. Un effetto di sostituzione che, almeno nel breve periodo, potrebbe favorire alcune produzioni italiane.

L’altra faccia della medaglia: cosa dicono le associazioni italiane

Sul fronte italiano, però, prevale la cautela. Federvini e Unione Italiana Vini hanno più volte segnalato come l’incertezza legata ai dazi statunitensi rappresenti un freno per l’intero comparto, anche quando le misure non colpiscono direttamente i prodotti italiani.

Secondo le associazioni di categoria, una guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa tende a raffreddare il mercato nel suo complesso: gli importatori americani diventano più prudenti, gli ordini rallentano e le strategie di medio-lungo periodo vengono congelate. Un meccanismo che penalizza soprattutto i produttori orientati all’export, come quelli italiani, fortemente dipendenti dalla stabilità del mercato Usa.

In passato, ha ricordato Unione Italiana Vini, anche la sola minaccia di dazi ha prodotto uno stallo nelle trattative commerciali, con effetti negativi sulle spedizioni indipendentemente dall’effettiva applicazione delle tariffe. Federvini ha inoltre sottolineato come il vino europeo venga spesso utilizzato come leva politica in controversie estranee al settore, esponendo le imprese a rischi difficilmente governabili.

Dazi come leva geopolitica

Molti osservatori leggono la mossa di Trump soprattutto in chiave politica. Il vino – e in particolare lo champagne – diventa un simbolo ad alta visibilità su cui esercitare pressione diplomatica, dai rapporti con l’Europa fino ai dossier internazionali che riguardano il Medio Oriente e la Groenlandia.

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