Corsa contro il tempo per salvare il panno del Casentino, eccellenza Made in Italy resa famosa da Audrey Hepburn

Panno casentino

Era nato nel Medio Evo come stoffa grezza e resistente per le coperte dei cavalli, Audrey Hepburn lo fece conoscere a livello mondiale in Colazione da Tiffany, oggi rischia di sparire. Parliamo del panno del Casentino, una vera eccellenza del Made in Italy, prodotto con una tecnica unica al mondo. La Manifattura del Casentino, nel paesino di Soci, aspro territorio appenninico in provincia di Arezzo, dopo lunghe difficoltà è stata posta in liquidazione e i 13 dipendenti sono stati licenziati. Lo stabilimento era l’ultimo rimasto a produrre l’originale “panno”, la cui particolarità è quella di essere di lana arricciata, ruvido al tatto e molto caldo, nei colori iconici del verde e dell’arancio, come il cappotto indossato dalla Hepburn nel film.

L’ultimo laboratorio del “panno” originale
Adesso c’è solo un mese di tempo per “salvare” questa produzione, che rifornisce una trentina di sartorie artigianali. Entro novembre, infatti, il laboratorio dovrà essere liberato e i macchinari smontati, compresa la vecchia “ratinatrice”, l’unica in grado di conferire al tessuto il ricciolo di lana che lo rende così particolare, ma anche caldo e impermeabile.
«Ci siamo dati trenta giorni di tempo prima di smontare le macchine e chiudere definitivamente la storia del Panno, perché non abbiamo più commesse per la crisi del settore moda e per i problemi congiunturali legati agli scenari geopolitici – spiegano a La Nazione di Arezzo Roberto Malossi, amministratore della società, e il socio dipendente Andrea Fastoni –. Se in queste settimane non accadrà niente di nuovo e di buono per noi, il primo dicembre smonteremo i macchinari che abbiamo riscattato coi nostri risparmi dalla curatela fallimentare delle precedenti proprietà. E a quel punto saremo costretti a venderli». Magari anche ad acquirenti stranieri, che per pochi soldi potranno mettere le mani su una produzione unica.

Appelli e speranze per salvare la tradizione
Per questo in Toscana si moltiplicano gli appelli a istituzioni e imprenditori perché si arrivi a una soluzione. Pitti Immagine Uomo a Firenze potrebbe essere l’occasione per sensibilizzare sulla questione: l’ipotesi è di organizzare uno spazio dedicato al panno, con le creazioni di grandi stilisti. Ma poi occorre aprire un tavolo che riunisca governo, regioni e imprese della moda per mettere in campo una soluzione concreta. E il tempo stringe.

Un tessuto che racconta secoli di storia
Le radici del panno del Casentino risalgono al Trecento, quando veniva chiamato “panno grosso” per la sua ruvidezza e veniva utilizzato per coprire i cavalli. Inizialmente i colori erano grigi e marroni, poi – a fine Ottocento – iniziò a essere impiegato per cucire mantelli, giacche e cappotti e furono introdotti l’arancio (con un colorante mescolato con allume di rocca) e il verde. A dare la brillantezza ai colori, secondo i produttori, è l’acqua della zona.

Dal Medioevo al cinema internazionale
Negli anni Trenta diventò di moda ma il vero boom arrivò con Colazione da Tiffany, in cui Audrey Hepburn indossa un cappotto arancio a doppio petto e collo alto disegnato appositamente da Hubert de Givenchy. Fast fashion e prodotti di massa avevano reso il panno di nicchia, ma comunque il fatturato, fino al 2022, era stato sufficiente a tenere aperta la produzione. Poi è stato un veloce declino, con il colpo di grazia della chiusura del mercato russo, dell’aumento delle materie prime e del costo dell’energia.

Condividi

Scopri il nuovo podcast
"Faccia a Faccia"

Fabio Salamida e Francesco Giubilei si confrontano ogni settimana sui temi più caldi dell’attualità italiana ed europea.