Dazi Usa del 107% sulla pasta, governo al lavoro per scongiurare stangata

Sorpresa amara per la pasta italiana: dal prossimo primo gennaio gli Stati Uniti potrebbero colpirla con un dazio del 107%, creando un enorme danno a un’eccellenza italiana. In questo caso non si tratta delle tariffe decise da Donald Trump ma di una iniziativa del Dipartimento del Commercio.

Perché gli Usa vogliono mettere un dazio sulla pasta

Ogni anno il Dipartimento del Commercio effettua una revisione sulle importazioni di pasta dall’Italia su richiesta e segnalazione dei cosiddetti “petitioners”, ovvero i gruppi concorrenti. Il controllo non viene fatto su tutte le aziende ma ne vengono scelte due (mandatory respondents) come campione. Quest’anno i marchi esaminati sono stati ‘La Molisana’ e ‘Garofalo’. “Abbiamo determinato in via preliminare che per il periodo compreso tra il 1° luglio 2023 e il 30 giugno 2024 – si legge nel documento preliminare del Dipartimento (https://www.federalregister.gov/documents/2025/09/04/2025-16911/certain-pasta-from-italy-preliminary-results-and-rescission-in-part-of-antidumping-duty) – sussistono i seguenti margini di dumping medi ponderati stimati: La Molisana Spa 91,74%,  Pastificio Lucio Garofalo Spa 91,74%, società non esaminate individualmente 91,74%”. Aggiungendo il dazio “standard” del 15% si arriverebbe dunque alla soglia del 107.

In sostanza, basandosi su un’esame di dati senza approfondire il tema, l’amministrazione Usa accusa le due aziende di dumping, estendendo il giudizio anche ad altri esportatori, tra cui Agritalia, Aldino, Antiche Tradizioni Di Gragnano, Barilla, Gruppo Milo, Pastificio Artigiano Cav. Giuseppe Cocco, Pastificio Chiavenna, Pastificio Liguori, Pastificio Della Forma, Pastificio Sgambaro, Pastificio Tamma e Rummo. Dai dazi sarebbero esclusi quei marchi italiani che già hanno stabilimenti produttivi negli Usa.

La risposta del governo

Una decisione “senza alcuna giustificazione” per il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, volato negli Usa per seguire da vicino la situazione insieme all’ambasciatore Marco Peronaci. “Seguiamo con attenzione – assicura il ministro – i dossier legati alla presunta azione anti dumping che farebbe scattare un meccanismo iper protezionista verso i nostri produttori di pasta del quale non vediamo né la necessità né alcuna giustificazione”.

Il Ministero degli Esteri “è intervenuto formalmente nel procedimento, come ‘Parte Interessata’ per aiutare le aziende a far valere le proprie ragioni” e “sta lavorando, in stretto raccordo con le aziende interessate e d’intesa con la Commissione Europea, affinché il Dipartimento USA riveda i dazi provvisori stabiliti per le nostre aziende”. “Il Governo italiano – sottolinea la Farnesina – auspica che da parte americana venga riconosciuta la correttezza e la piena volontà di collaborare dei nostri produttori con l’indagine in corso”.

La Commissione europea, ha fatto sapere un portavoce, “in stretto coordinamento con il governo italiano, sta collaborando con gli Stati Uniti in questa indagine e interverrà se necessario”.

Il danno per i produttori italiani

Il dazio del 107%, secondo Coldiretti, “avrebbe conseguenze devastanti per il Made in Italy” e “raddoppierebbe il costo di un piatto di pasta per le famiglie americane, aprendo la strada ai prodotti Italian sounding e colpendo duramente le imprese italiane del settore”. Il mercato americano, per i produttori italiani, è di grande importanza: nel 2024 l’export di pasta verso gli Usa ha raggiunto un valore di 671 milioni di euro. Una cifra che sarebbe se non azzerata severamente ridimensionata, mettendo in grave difficoltà tutta la filiera.

“Le accuse di dumping americane sono inaccettabili e strumentali al piano di Trump di spostare le produzioni negli Stati Uniti”, accusa il presidente Ettore Prandini. Sembra infatti evidente che le modalità di valutazione delle aziende e l’esenzione per le società che producono in Usa miri – come del resto detto pubblicamente dal tycoon quando ha annunciato la generale ondata di dazi – a costringere le aziende a spostare le produzioni direttamente negli Usa. Un automatismo che certo non vale per un prodotto prodotto di alta qualità come la pasta italiana, frutto dell’impegno di tutta una filiera.  

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