Gardini (Confcooperative): «Il Piano per l’economia sociale è la risposta all’Italia delle disuguaglianze»

Maurizio Gardini

Presidente di Confcooperative e di Alleanza delle Cooperative Italiane, Maurizio Gardini è da anni una delle voci più autorevoli nel dialogo tra istituzioni, imprese e mondo del lavoro. Romagnolo, imprenditore agricolo, già presidente di FedAgri Confcooperative e alla guida del gruppo agroalimentare Conserve Italia, rappresenta una figura di riferimento per l’economia sociale italiana, impegnata a coniugare crescita e coesione.

Commentando l’approvazione del Piano nazionale per l’economia sociale, lo ha definito «una pagina storica per l’economia italiana», sottolineando come il provvedimento riconosca il valore delle cooperative, di chi non delocalizza e continua a investire nei territori. In questa intervista esclusiva a Italiavanti.it, Gardini analizza il significato del Piano, le prospettive per il lavoro e la sfida di costruire un modello di sviluppo fondato su inclusione e responsabilità.


Il Piano nazionale dell’economia sociale è stato da lei definito “una pagina storica per l’economia italiana”. Quali effetti concreti potrà avere su coesione e occupazione?

Il Piano nazionale per l’economia sociale rappresenta il risultato di un percorso lungo e articolato di confronto con le istituzioni. Si tratta di una pagina storica perché per la prima volta l’Italia si dota di uno strumento strategico che riconosce il ruolo dell’economia sociale come componente essenziale per sanare le fragilità del Paese.

Gli effetti concreti? Innanzitutto, il Piano non delimita un recinto ma valorizza chi lavora quotidianamente per ricomporre fratture territoriali e sociali. In un contesto in cui crescono povertà ed esclusione geografica, questo riconoscimento può tradursi in maggiori opportunità occupazionali nei territori più fragili, dove la cooperazione garantisce quella presenza che le imprese tradizionali non assicurano più. Parliamo di servizi essenziali, welfare di prossimità, economia reale che crea lavoro stabile e inclusivo, soprattutto per giovani e donne.


Il Piano parla di una “regia leggera ma presente” per coordinare le politiche dell’economia sociale. Come dovrebbe tradursi, secondo lei, nella pratica?

Una regia leggera ma presente significa evitare sia l’eccesso burocratico sia il vuoto normativo. Nella pratica, si traduce nell’istituzione di tavoli permanenti di confronto tra Ministeri, Regioni e rappresentanze dell’economia sociale, con una chiara governance che consenta monitoraggio, coordinamento e valutazione d’impatto. È necessario sviluppare una strategia chiara che includa interventi legislativi per definire e regolamentare l’economia sociale, oltre a politiche e programmi nazionali e regionali specifici.

La regia deve facilitare l’accesso ai fondi europei e nazionali, progettando modalità specifiche di partenariato pubblico-privato nell’ambito dei servizi di welfare, cultura e sviluppo sostenibile. Leggera nella forma, ma efficace nella capacità di creare ecosistemi favorevoli all’innovazione sociale.


Il rischio di dumping contrattuale resta un nodo centrale. Quali strumenti servono per tutelare il lavoro cooperativo e garantire concorrenza leale?

Il dumping contrattuale è una piaga che danneggia lavoratori e imprese virtuose. Lo contrastiamo da sempre. Non sigliamo contratti sotto i nove euro e siamo per il salario giusto, non per il salario minimo. Ma servono strumenti strutturali.

Primo: certificazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali attraverso enti terzi come CNEL e INPS. Secondo: comunicazioni obbligatorie a tutte le sedi istituzionali del contratto applicato, per garantire trasparenza. Terzo: potenziamento degli strumenti di vigilanza e monitoraggio dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Quarto: rafforzamento della bilateralità come strumento di certificazione della qualità contrattuale.

Chiediamo anche di denunciare duramente i committenti che traggono competitività dagli appalti sotto costo. Solo così possiamo garantire che la competizione avvenga sulla qualità e sull’innovazione, non sul ribasso dei diritti.


Più volte ha parlato di un’“economia del noi”. Cosa manca oggi perché questo modello diventi davvero una priorità nelle scelte economiche e sociali del Paese?

L’economia del noi si contrappone all’economia dell’io: nella prima il fenomeno economico è messo a disposizione della crescita della persona, delle comunità e dei territori; nella seconda il fine diventa la crescita a ogni costo, a favore di chi massimizza il profitto.

Cosa manca? Innanzitutto una vera premialità fiscale per le imprese che si assumono responsabilità sociale e investono dove il mercato non arriva. Poi serve superare la logica del PIL come unico indicatore di sviluppo: il benessere deve essere diffuso, non solo per pochi. Il conto economico deve andare di pari passo con il conto sociale.

Manca anche una cultura che riconosca il pluralismo economico come ricchezza. Servirebbe un patto tra istituzioni, imprese e sindacati che metta al centro la produttività collegata ai salari, il welfare aziendale e la formazione continua. Abbiamo bisogno di più cooperazione, perché è l’antidoto alle disuguaglianze.


A livello europeo, quali obiettivi dovrebbe promuovere l’Italia per rafforzare il ruolo delle cooperative nella nuova agenda economica dell’Unione?

L’Italia deve essere protagonista nel difendere l’economia sociale dalle derive tecnocratiche. I recenti tagli ai fondi per agricoltura, pesca e politiche sociali rappresentano una doccia fredda per milioni di lavoratori dell’economia sociale europea.

Tra gli obiettivi prioritari: garantire che gli appalti pubblici non si basino esclusivamente sul risparmio economico, ma privilegino innovazione e qualità; impedire che calino gli investimenti nelle politiche sociali per rafforzare sanità e assistenza; semplificare le norme e migliorare l’accesso al credito per le cooperative.

Valorizzare il ruolo delle cooperative che danno lavoro a 4,7 milioni di occupati in Europa significa riconoscere una risorsa strategica per un’Europa più forte, coesa e resiliente.

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