«L’Italia deve trovare una sua indipendenza energetica»: Tabarelli (Nomisma Energia) sul Venezuela e le fragilità dell’Europa

Tabarelli

Le tensioni registrate negli ultimi giorni in Venezuela hanno riportato al centro del dibattito internazionale il ruolo dell’energia come strumento di pressione geopolitica. L’intervento diretto degli Stati Uniti nel Paese sudamericano ha infatti riacceso l’attenzione sul dossier venezuelano, mentre il rafforzamento delle misure di controllo sui traffici di greggio – come dimostra anche il fermo di una petroliera coinvolta nelle rotte del petrolio venezuelano – contribuisce ad alimentare l’incertezza sui mercati. Uno scenario che, pur non coinvolgendo direttamente l’Europa come destinataria del petrolio venezuelano, solleva interrogativi rilevanti sulla sicurezza degli approvvigionamenti di Italia e Unione europea, ancora fortemente dipendenti dall’estero.

In questo contesto, Italiavanti ha intervistato Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, per analizzare le ricadute della crisi venezuelana sui mercati energetici, le fragilità strutturali del sistema europeo e le prospettive di una maggiore indipendenza energetica.

Da presidente di Nomisma Energia, come valuta l’azione degli Stati Uniti in Venezuela e perché, pur non essendo il Venezuela un fornitore diretto dell’Europa, i mercati europei potrebbero comunque risentirne sul piano energetico?
È un’operazione molto complicata. Le risorse naturali appartengono ai singoli Paesi che le possiedono e la loro gestione è delicata. Nel caso del Venezuela, il disastro che vediamo oggi nasce proprio dal petrolio. Quello che sta facendo Trump è coerente con la sua linea politica e militare. Anche se il Venezuela oggi pesa poco sul piano quantitativo, il petrolio resta la prima fonte di copertura della domanda energetica globale.

Per l’Italia, quali possono essere le conseguenze più concrete di questa crisi: prezzi di benzina e diesel, costi per le imprese o maggiore instabilità del mercato?
Nel breve periodo il prezzo del petrolio è fermo e non si vedono grandi variazioni. In questo momento, a livello globale, c’è anzi un eccesso di petrolio. Inoltre il Venezuela oggi produce meno di un milione di barili al giorno su un mercato mondiale che supera i cento milioni. Meno dell’1%, quindi non è determinante dal punto di vista dei volumi. Il problema per l’Italia resta strutturale. Noi importiamo quasi tutto il petrolio di cui abbiamo bisogno e la dipendenza energetica è intorno al 55%, la stessa situazione di cinquant’anni fa.

Considerata la forte dipendenza europea dalle importazioni, quali strumenti concreti ha oggi l’Unione per proteggersi da un mercato energetico sempre più instabile e geopolitico?
Dobbiamo diversificare. Le rinnovabili sono importanti, ma nei trasporti domina ancora il petrolio. Dopo la guerra in Ucraina, l’Europa ha perso i rapporti energetici con la Russia e questo ha mostrato quanto fossimo esposti. Anche la Francia, che produce elettricità con il nucleare, deve comunque approvvigionarsi di petrolio sui mercati internazionali. Abbiamo però diverse possibilità che vanno sfruttate: l’Africa di fronte a noi, il Medio Oriente vicino e anche una produzione nazionale potenziale. In Basilicata c’è il più grande giacimento su terra in Europa. Sotto la Sicilia e verso la Libia ci sono risorse importanti, anche se di qualità più scarsa, simile a quella venezuelana. Bisogna fare un po’ di tutto, rafforzando anche i legami politici, soprattutto con l’Africa, che resta l’area più vicina e con cui abbiamo storicamente avuto relazioni. Il messaggio è che l’Italia deve trovare una propria indipendenza energetica, come si tenta di fare con il nuovo Piano Mattei.

Si può dire che, visti gli interessi della Cina in Venezuela, il Paese sia stato un campo di scontro tra Stati Uniti e Cina?
Sì, il Venezuela è diventato anche un terreno di confronto tra Stati Uniti e Cina. Pechino ha interessi molto forti nel Paese: per ora resta in silenzio, forse in attesa di una fase di stabilizzazione. Prima o poi il blocco verrà rimosso e questo consentirà ai cinesi di tornare a importare petrolio venezuelano, anche lavorando insieme alle grandi compagnie americane.

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