Pochi prodotti rappresentano l’Italia nel mondo come la pasta. Anche se tra costi di produzione del grano duro, riduzione del prezzo, dazi e Italian sounding, il settore è oggi in difficoltà, il nostro Paese resta leader per produzione ed esportazioni.
Costi di produzione in crescita, prezzi in calo
Un problema che allarma i produttori è quello dei prezzi. Le quotazioni della Commissione Unica Nazionale (Cun) per il frumento duro di qualità superiore sono scese, infatti, sotto i 300 euro a tonnellata, un livello inferiore ai costi medi di produzione. Confagricoltura sottolinea come i produttori impegnati nella raccolta estiva si trovino ad operare in condizioni di perdita economica. Secondo il Centro Studi della confederazione, il problema non riguarda soltanto la fase congiunturale del mercato: tra il 2012 e il 2025 le superfici coltivate a grano duro in Italia si sono ridotte del 10%, mentre il tasso di autoapprovvigionamento è passato dal 78% al 56,5%. Per raggiungere l’autosufficienza servirebbero, oggi, oltre 880.000 ettari in più. Di conseguenza, l’Italia è costretta ad importare quasi la metà del grano duro destinato alla produzione di pasta, una dipendenza che continua ad aumentare. Il Canada si conferma il primo fornitore italiano di grano duro, per un quantitativo di circa 4,5 milioni di quintali importati solo nel primo semestre del 2026.
Italia leader mondiale nell’export
Nonostante le difficoltà l’export di pasta italiana continua a crescere, superando i 2,45 milioni di tonnellate nel 2025 (circa il 60% del totale della produzione) per un valore di quasi 4 miliardi di euro. In virtù di questi dati, l’Italia è leader mondiale: produce circa il 22% della pasta globale e rappresenta il 43% dell’intero export globale. L’Europa è il principale sbocco (assorbe oltre il 51%), seguita da America e Oceania, con Germania (466 mila tonnellate, +3,7%) e Stati Uniti (315 mila, +4,3%) in cima alla lista dei mercati più ricettivi. Tra i mercati in espansione, l’Australia cresce del 17,4%, il Canada del 9,9% e la Polonia del 5,2%. Guardando alle macro-aree si registra una crescita dell’Oceania (+12,9%) e delle Americhe (+4,5%), mentre rallentano Asia (-6,7%) e Africa (-7,6%).
Campania prima ma produzione diffusa in tutto il Paese
La Campania è la prima regione produttrice ed esportatrice d’Italia (rappresentando circa il 24% dell’export nazionale), seguita da Emilia-Romagna e Puglia. Le principali aziende e pastifici italiani si distribuiscono strategicamente sul territorio, valorizzando le diverse tradizioni e materie prime. Se dunque la Campania è forte della tradizione di Gragnano, l’Emilia-Romagna è la regina della pasta all’uovo e ripiena. La Puglia è il granaio del Paese, con brand come Divella e Granoro, l’Abruzzo si distingue per la lavorazione artigianale e i metodi di essiccazione lenta, il Molise per il grano duro di altissima qualità.
Qualità, tracciabilità di filiera e innovazione
L’Italia sounding, che ogni anno causa danni per oltre 40 miliardi di euro all’agroalimentare italiano, è uno dei grandi nemici della pasta. I supermercati Usa, per fare qualche esempio, hanno gli scaffali pieni di confezioni che richiamano il Bel Paese ma che dell’Italia non hanno niente. Il fenomeno è difficile da contrastare ma sicuramente una chiave per continuare a proteggere e far crescere la pasta italiana è la qualità, legata all’innovazione. I consumatori sono infatti sempre più attenti e chiedono sostenibilità ambientale e sociale, attraverso una reale tracciabilità del prodotto lungo tutta la filiera. Cosa che si realizza con l’innovazione e la gestione dei dati. Innovazione che deve iniziare dalla coltivazione del grano, in cui intelligenza artificiale e tecnologia possono dare una spinta per incrementare la produzione e rispondere alle emergenze climatiche o fitosanitarie.





