Olio Evo italiano, la qualità carta vincente sui mercati internazionali

Quarantadue Dop e otto Igp. E’ questo il dato fondamentale da cui partire per capire come sta e dove può andare l’olio extravergine di oliva italiano. E lo è perché racconta quanto esiste e quanto ancora c’è da fare in un mercato complesso e caratterizzato da un’alta variabilità, per l’Italia ma anche per i competitor.

I numeri della produzione, Puglia la regione trainante

Partendo dalle quantità, nel 2025 la produzione è tornata al di sopra delle 300 mila tonnellate dopo il crollo della stagione precedente, dovuta principalmente alle avverse condizioni meteo (siccità). Proprio i cambiamenti climatici, con estati sempre più torride e asciutte, destano le maggiori preoccupazioni, in particolare per una mancanza di stabilità nel lungo periodo. Una condizione che, comunque, l’Italia condivide con i principali competitor: Spagna, Grecia, Turchia. Nel Paese ci sono 619 mila imprese olivicole e 4240 frantoi attivi con le Dop e Igp che rappresentano il 2-4% della produzione. A livello regionale la Puglia è di gran lunga la forza trainante del settore per quantità (32%) e qualità (46% di produzioni bio). Seguono Calabria (16%), Sicilia (14%), Toscana (8%), Lazio (7%). Nota positiva viene dai prezzi: all’origine oscillano tra 9,50 € e 9,90 €/kg, in aumento rispetto agli 8,50 €/kg di novembre 2024.

Pur essendo un grande produttore, l’Italia non è autosufficiente sia per i consumi interni che per l’export. Sempre secondo Ismea, nei soli primi quattro mesi del 2025 l’Italia ha importato 252.102 tonnellate di olio (+66%), di cui 193.638 tonnellate di olio Evo (+84%).

Nell’export l’Italia tallona la Spagna, le prospettive di crescita

Con una quota del 20% del mercato globale, l’Italia si conferma il secondo esportatore mondiale di olio d’oliva, grazie anche alla crescita delle produzioni certificate. Spagna e Italia rappresentano il 60% della produzione mondiale (15% Italia) e l’80% dell’export mondiale (20% Italia) con un fatturato, per l’olio Evo, intorno al miliardo. Le principali destinazioni sono Usa, Germania e Francia. Mercati che devono essere consolidati ma le maggiori prospettive riguardano le aree in cui l’olio non è usato o è un prodotto estremamente di nicchia, ovvero la maggior parte del mondo. E poi la chiave del successo è la qualità, in un mercato in cui il consumatore è sempre più consapevole ed esigente. Vanno quindi valorizzate le produzioni autoctone, biologiche, associate a territori precisi e processi produttivi artigianali. La tracciabilità è un criterio essenziale. Il marchio Made in Italy non è più sufficiente: servono certificazioni verificabili della filiera, garanzie di sostenibilità, narrazione legata ai territori, un packaging all’altezza del mercato internazionale.

Il tavolo di filiera

Per sostenere il settore, è stato istituito presso il Ministero dell’Agricoltura il Tavolo tecnico di filiera olivicolo oleario, “il luogo di confronto e di coordinamento delle politiche, degli orientamenti e delle azioni di riferimento per il settore olivicolo oleario” che ha tra l’altro il compito di redigere il Piano di settore con le politiche strategiche riguardanti l’olivicoltura.

Condividi

Scopri il nuovo podcast
"Faccia a Faccia"

Fabio Salamida e Francesco Giubilei si confrontano ogni settimana sui temi più caldi dell’attualità italiana ed europea.