La pasta italiana torna a respirare, e lo fa con forza. Gli Stati Uniti hanno deciso di ridimensionare in modo netto i dazi antidumping ipotizzati nei mesi scorsi, anticipando di fatto l’esito di un’indagine che aveva messo sotto pressione uno dei comparti simbolo del Made in Italy. Una decisione arrivata prima della conclusione formale del procedimento, attesa per l’11 marzo 2026, che rappresenta un segnale politico ed economico estremamente positivo per l’Italia.
Dall’allarme rosso al cambio di passo
Solo pochi mesi fa lo scenario era tutt’altro che rassicurante. A settembre 2025 Washington aveva fissato dazi provvisori fino al 91,74% su alcune produzioni di pasta italiana, da sommare all’aliquota ordinaria del 15% applicata alle importazioni dall’Unione europea. Un livello che avrebbe di fatto espulso la pasta italiana dal mercato statunitense, mettendo a rischio export, filiere produttive e migliaia di posti di lavoro.
La revisione post-preliminare del Dipartimento del Commercio americano ha però ribaltato completamente la prospettiva. Le nuove aliquote sono ora su livelli decisamente più sostenibili: per uno dei grandi produttori italiani il dazio scende al 2,26%, per un altro storico marchio si attesta al 13,98%, mentre per gli altri principali marchi non campionati l’aliquota media è del 9,09%. Valori che, pur restando formalmente legati a una procedura ancora aperta, restituiscono competitività alla pasta italiana sul mercato Usa.
La diplomazia economica che porta risultati
Dietro questa inversione di rotta c’è un lavoro costante e silenzioso di diplomazia economica. La Farnesina ha parlato di un riconoscimento della collaborazione dimostrata dalle imprese italiane e dell’efficacia dell’azione di sostegno garantita dal governo fin dall’avvio dell’indagine, in stretto coordinamento con la Commissione europea.
«La buona notizia dimostra che il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porta risultati concreti», ha commentato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, rivendicando la linea del confronto costante con le autorità statunitensi.
Un mercato chiave per il Made in Italy
La posta in gioco è tutt’altro che simbolica. Gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati più importanti per la pasta italiana: nel 2024 l’export ha raggiunto un valore di circa 671 milioni di euro. Numeri che spiegano perché l’ipotesi di dazi punitivi avesse acceso un forte allarme tra le imprese e perché il ridimensionamento delle tariffe venga oggi letto come una vera e propria boccata d’ossigeno per il settore.
Soddisfazione è stata espressa anche da Coldiretti e Filiera Italia, che hanno sottolineato come il risultato sia frutto di un gioco di squadra tra aziende, istituzioni e diplomazia.
Un segnale che va oltre la pasta
La decisione americana si inserisce in un contesto più ampio di maggiore prudenza nelle politiche commerciali. La Casa Bianca ha infatti annunciato anche il rinvio di un anno, al 2027, dell’aumento dei dazi su mobili imbottiti, cucine e arredi da bagno, inizialmente previsto per l’inizio del 2026. Un segnale che lascia spazio ai negoziati in corso e riduce il rischio di nuove escalation tariffarie in settori sensibili per l’industria europea e italiana.
Verso marzo con un clima diverso
L’indagine antidumping sulla pasta italiana resta formalmente aperta e si chiuderà con le decisioni definitive previste per marzo. Fino ad allora, le nuove aliquote non sono ancora pienamente operative. Ma il cambio di passo è evidente e il clima è profondamente mutato.
Per il Made in Italy si tratta di una vittoria che va oltre i numeri: la conferma che qualità, credibilità delle filiere e dialogo istituzionale possono fare la differenza anche nei passaggi più delicati del commercio internazionale. Una buona notizia che rafforza uno dei simboli dell’Italia nel mondo e rilancia la fiducia delle imprese.





