Difendere il Made in Italy, sostenere i giovani, ridurre la burocrazia e garantire che la Politica Agricola Comune resti un pilastro dell’Unione Europea. È da questi punti che, secondo Ettore Prandini, deve ripartire l’agricoltura italiana per restare competitiva in un’Europa che cambia e che, troppo spesso, sottovaluta il peso del settore primario. Alla guida di Coldiretti dal 2018, Prandini rivendica il valore del cibo come risorsa economica e strategica per il Paese e invita a non ridimensionare il comparto agricolo a favore di altre priorità.
In questa intervista esclusiva a Italiavanti.it, il presidente di Coldiretti analizza i nodi cruciali del settore — dalla riforma della PAC ai dazi con gli Stati Uniti, passando per il tema del dumping e delle imitazioni — e rilancia la sfida italiana: valorizzare la qualità, rafforzare la sicurezza alimentare e restituire dignità a chi lavora la terra.
Coldiretti parla spesso del cibo come “prima ricchezza del Paese”. Che tipo di azione politica e istituzionale serve oggi per difendere i prodotti simbolo dell’agroalimentare italiano, e come valuta finora la risposta del Governo?
È indispensabile garantire la reciprocità nei mercati, evitando l’ingresso di prodotti che non rispettano gli standard italiani di sicurezza e sostenibilità. L’agricoltura deve continuare a innovarsi, adottando tecnologie che rendano più efficiente l’uso delle risorse, accrescano la resilienza ai cambiamenti climatici e riducano i costi energetici. Va inoltre sostenuto il ruolo dei giovani, con misure di incentivo come la detassazione del lavoro agricolo. In questo senso, sono passi positivi iniziative come il programma Coltivaitalia, l’autorizzazione all’uso dei droni in agricoltura e la legge contro le frodi agroalimentari, ma possiamo e dobbiamo fare ancora parecchio in Europa per valorizzare pienamente il settore.
La nuova Politica Agricola Comune (PAC) è spesso accusata di penalizzare le produzioni di qualità, quelle su cui si fonda gran parte del nostro export. Ritiene che la PAC vada ripensata? E in che direzione: meno burocrazia, più incentivi o un riequilibrio dei fondi tra Paesi membri?
La riforma della PAC, così come proposta dalla Commissione Europea, è inaccettabile perché riflette una visione miope che prevede una riduzione delle risorse del 20%. Stiamo lavorando in stretta collaborazione con i parlamentari europei e le istituzioni per correggere questa impostazione. È indispensabile garantire maggiori risorse al comparto agricolo, ma anche una reale semplificazione burocratica che superi la tecnocrazia europea troppo spesso distante dai bisogni concreti dei cittadini e delle imprese. Inoltre, chiediamo che sia preservata l’autonomia degli stanziamenti agricoli, evitando che confluiscano in un fondo unico che rischierebbe di indebolire il sostegno diretto agli agricoltori.
In Europa si discute sempre più spesso del possibile spostamento di risorse dalla Politica Agricola Comune verso la difesa e la sicurezza. Come giudica questa prospettiva? Crede che l’agricoltura rischi di diventare la “grande sacrificata” delle nuove priorità europee?
Destinare i fondi dell’agricoltura e dell’alimentazione al riarmo è una scelta che non possiamo assolutamente accettare, perché metterebbe a rischio la sicurezza alimentare e la stessa pace in Europa. Il cibo rappresenta la vera arma strategica del nostro tempo: è strumento di coesione sociale, di sviluppo economico e di occupazione. Se vogliamo garantire stabilità economica e sociale, dobbiamo tornare a investire con decisione nell’agricoltura, seguendo l’esempio di Paesi come Cina, India e Stati Uniti. In questo percorso, l’Italia può e deve assumere un ruolo da protagonista, guidando un modello di crescita fondato su sostenibilità, qualità e sicurezza alimentare.Oltre alle barriere commerciali, resta aperto il nodo delle imitazioni e del dumping dei prodotti stranieri a basso costo. Dove serve intervenire con più decisione: sulla tracciabilità, sui controlli doganali o sulle regole europee di etichettatura?
È necessario intervenire su tutti i fronti. Coldiretti da sempre si batte per l’estensione dell’obbligo di indicazione dell’origine su tutti i prodotti alimentari, per garantire una tracciabilità chiara e trasparente e per rafforzare i controlli alle frontiere sul cibo che entra nei confini europei e nazionali. Di recente, un voto significativo del Parlamento Europeo ha aperto alla possibilità di indicare l’origine in etichetta, andando incontro alle nostre richieste per contrastare fenomeni come l’italian sounding e il dumping dei prodotti stranieri.
Secondo gli ultimi dati Istat l’export italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 21,1% ad agosto, con un calo del 23% solo per l’agroalimentare. Quanto hanno inciso i nuovi dazi e quali leve può muovere oggi l’Italia, anche a livello europeo, per difendere il Made in Italy sui mercati esteri?
Saranno i prossimi mesi a farci capire se l’inversione di tendenza è strutturale o se si tratta solo di una fase di assestamento. Gli Usa rappresentano il primo mercato Extra Ue in valore per le esportazioni agroalimentari e infatti ben l’81% degli italiani ritiene essenziale che la Ue avvii nuove trattative con Trump per ottenere esenzioni dai prodotti made in Italy. Bisogna continuare a investire nell’internazionalizzazione, così da consolidare la presenza sui mercati già acquisiti e aprire nuove opportunità commerciali nel mondo.





