Roma, Bruxelles e Washington, un ménage à trois per il futuro dell’Europa

Nel pieno della transizione verso una nuova stagione geopolitica, l’Unione Europea appare più che mai a un bivio. Da una parte, la necessità di definire una postura unitaria sulle grandi sfide globali; dall’altra, il riemergere delle ambizioni nazionali, con alcuni leader – come Giorgia Meloni – che sembrano voler accelerare su traiettorie parallele rispetto alla rotta tracciata da Bruxelles.

A pesare, su tutto, è chiaramente il ruolo di Donald Trump alla Casa Bianca e la prospettiva di un’America meno multilaterale e più assertiva che costringe l’Europa a ripensare in fretta la propria strategia atlantica. Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha lasciato intendere di voler costruire canali di dialogo con il nuovo leader statunitense, anche sulla scorta di un recente incontro informale avvenuto in Vaticano durante i funerali di Papa Francesco. Ma i tempi della diplomazia europea, spesso condizionati da compromessi e lentezze istituzionali, rischiano di non essere all’altezza della velocità richiesta da uno scenario in evoluzione costante.

L’Italia, nel frattempo, si muove. Giorgia Meloni ha scelto una via più diretta: puntare su relazioni bilaterali forti, a partire proprio dagli Stati Uniti. La sua recente visita a Washington è apparsa come un segnale chiaro: Roma vuole essere protagonista, non solo parte di una risposta collettiva. Una mossa che, se da un lato mostra il dinamismo della diplomazia italiana, dall’altro solleva interrogativi sul coordinamento all’interno dell’Unione.

La Commissione continua a lavorare su dossier complessi – dalla riforma delle istituzioni comunitarie alla gestione della concorrenza con Pechino – ma lo fa all’interno di un impianto che fatica a parlare con una voce sola. E mentre le capitali più reattive cercano spazi autonomi, l’architettura comunitaria mostra i suoi limiti: troppi compromessi, troppe agende divergenti.

La tensione tra sovranità nazionale e governance europea non è nuova. Ma oggi, di fronte a un mondo che corre – tra guerre, blocchi commerciali, transizioni energetiche e rivoluzioni tecnologiche – l’Europa non può più permettersi il lusso dell’immobilismo. La sfida, per Bruxelles, non è solo sopravvivere alla prossima crisi, ma dimostrare di saperla prevenire e governare.

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