«Senza Politica Energetica Europea resteremo spettatori»: la crisi Venezuela e l’effetto sull’Italia secondo Marsiglia (FederPetroli)

Marsiglia FederPetroli

Nel pieno delle nuove tensioni legate al Venezuela, tornato al centro dello scacchiere energetico globale tra sanzioni, interessi statunitensi e competizione con la Cina, il mercato petrolifero continua a muoversi più sulle aspettative che sui volumi reali. In questo contesto di forte incertezza geopolitica, oscillazioni dei prezzi e ridefinizione degli equilibri energetici internazionali, Italiavanti ha intervistato Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, per analizzare le criticità strutturali europee, il ruolo dell’Italia e il peso strategico del dossier venezuelano.

Marsiglia, da tempo osservatore critico delle dinamiche dell’Oil & Gas, individua nella mancanza di una Politica Energetica Europea una delle principali fragilità del continente, aggravata oggi dalle tensioni geopolitiche e dalla competizione tra grandi potenze. Un’assenza che rende l’Italia particolarmente esposta agli shock esterni e alle oscillazioni del mercato globale.

Nel contesto attuale, lei ha evidenziato come il mercato stia reagendo soprattutto in termini di oscillazioni dei prezzi. A suo avviso, oggi pesa di più l’interruzione reale delle forniture oppure il premio di rischio legato all’incertezza geopolitica?

Sono entrambi fattori determinanti dell’economia petrolifera. Il primo perché una mancanza di prodotto genera inevitabilmente un deficit gestionale; il secondo, altrettanto importante, perché è fonte di analisi che condiziona non solo l’indotto dell’Oil & Gas, ma l’intero sistema economico globale su cui oggi si basano i consumi internazionali. Il vero problema è la continua ridistribuzione delle quote di mercato dei Paesi produttori ed esportatori di greggio.

Il tema di CITGO emerge come uno snodo cruciale della crisi. Quanto il controllo di raffinerie, oleodotti e infrastrutture negli Stati Uniti può incidere sugli equilibri energetici globali più della produzione venezuelana in senso stretto?

La CITGO Petroleum Corporation è uno dei problemi principali e forse il più delicato. È una compagnia petrolifera di legislazione giuridica statunitense, detenuta al 100% da PDVSA, la compagnia energetica di Stato venezuelana. Incide nella misura massima. La logistica e le linee di collegamento rappresentano una parte fondamentale della ricchezza del settore Oil & Gas. La crisi russo-ucraina lo ha dimostrato chiaramente: i gasdotti sono stati la nostra salvezza ma anche il nostro problema. Raffinerie, depositi con sbocchi sul mare, pipeline di collegamento e infrastrutture condizionano qualsiasi tipo di investimento. È per questo che il Venezuela è strategico per gli Stati Uniti: greggio a basso costo, trasporto immediato e rivendita a terzi ai prezzi di mercato internazionali. Impadronendosi degli asset americani di CITGO, gli USA si ritroverebbero un indotto tra oleodotti, depositi e raffinerie già pronto all’uso. Produco a poco, con il massimo profitto, e trasporto negli Stati Uniti senza costi eccessivi. Il greggio estratto e raffinato in territorio statunitense diventa mio: questo è il vero obiettivo.

Alla luce della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina sul petrolio venezuelano, quale ruolo resta all’Europa e all’Italia: area esposta e vulnerabile o possibile beneficiaria di un riassetto dei flussi energetici?

La mia posizione, molto critica nei confronti dell’Europa energetica, è ormai nota. Manca una Politica Energetica Europea e, di conseguenza, una Strategia Energetica Nazionale: questo compromette le politiche dei singoli Stati membri. Ogni crisi internazionale, di tipo bellico o di altra natura, porta immediatamente l’Europa e l’Italia in difficoltà operative. La nostra vulnerabilità è molto forte, parlo in particolare dell’Italia. Acquistiamo oltre l’80% della nostra energia all’estero, nonostante le risorse del sottosuolo, sia onshore sia offshore, che restano non sfruttate. Questo ci espone a forti criticità, oggi più di ieri, in uno scenario in cui la geopolitica dell’energia si muove su uno scacchiere globale. I nostri problemi sono spesso l’effetto scia di ciò che accade altrove. Se non entriamo nella competitività globale, resteremo sempre spettatori poveri di un’energia che cresce rapidamente.

Dal punto di vista industriale, il Venezuela resta un Paese ricchissimo ma fortemente sottoutilizzato. Esistono, nel medio periodo, margini di opportunità per le aziende europee oppure il quadro di sanzioni e instabilità rende qualsiasi ipotesi ancora prematura?

Con la nostra ENI abbiamo sempre operato in Venezuela e lo dimostra ancora oggi il coinvolgimento dell’azienda negli investimenti sul gas. Il problema resta capire quale destino verrà riservato al Paese. Proprio in questi giorni si è tenuto alla Casa Bianca un incontro tra le Big Oil americane e l’amministrazione Trump, durante il quale sono stati espressi seri dubbi e incertezze sull’operare in Venezuela senza precise garanzie. Non è tanto l’instabilità a preoccupare, quanto i comportamenti antidemocratici a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi. Resta comunque un Paese con grandi opportunità per l’indotto petrolifero internazionale.

Guardando agli effetti concreti sui carburanti, cosa devono attendersi famiglie e imprese italiane: un aumento strutturale dei prezzi o una fase di forte volatilità destinata a rientrare in assenza di un’ulteriore escalation?

Se l’escalation si ferma, come già accaduto in molte altre situazioni degli ultimi anni — dallo Stretto di Suez all’Oman, fino al Medio Oriente — gli allarmi rientrano. È chiaro però che una crisi di prodotto o una difficoltà di approvvigionamento rappresentano un problema per qualsiasi Paese. Meno petrolio e meno carburante si traducono in un aumento dei prezzi alla pompa, soprattutto in una crisi di tipo energetico. I greggi internazionali, parlo di WTI e Brent, hanno già registrato in questi giorni variazioni con oscillazioni al rialzo e al ribasso: questa è speculazione pura. Ulteriori tensioni potrebbero compromettere anche il mercato dei consumi, non solo in Italia ma in molti altri Paesi penalizzati da un effetto domino che coinvolge Venezuela, Iran, Cina e Russia. Con FederPetroli Italia monitoriamo costantemente la situazione.

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