Tabacco, diesel, vino: l’Europa tassa, l’Italia paga

Sotto la bandiera della sostenibilità, l’Unione Europea stringe le maglie normative, ma a pagare il prezzo più alto potrebbe essere proprio il cuore produttivo del Made in Italy.

Succede quasi sempre così. Una bozza di direttiva circola a Bruxelles, pochi se ne accorgono. Poi arriva il testo ufficiale, un documento che parla di salute pubblica, neutralità climatica, strategie comuni. Ma sotto la superficie si agita qualcosa di ben più concreto: un impatto diretto, profondo e a tratti devastante sulle economie reali degli Stati membri. L’Italia, con il suo tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese, agricoltura specializzata e manifattura tradizionale, lo scopre di nuovo a sue spese.

La nuova proposta della Commissione Europea sulla tassazione dei prodotti del tabacco è un esempio da manuale. Sotto la veste di una revisione tecnica, si cela una potenziale batosta fiscale: +1 euro a pacchetto, +139% sulle sigarette tradizionali, +258% sul tabacco sfuso, e un assurdo +1090% sui sigari. Per le aziende italiane del settore – e per migliaia di lavoratori in Umbria, Veneto e Campania – potrebbe essere la fine.

L’attacco al tabacco, l’industria “invisibile”

Non se ne parla spesso, ma l’export del settore del tabacco in Italia vale oltre 2 miliardi di euro l’anno e occupa una filiera che va dalla coltivazione alla trasformazione alla manifattura, fino alla distribuzione. Per Bruxelles è solo uno dei comparti da scoraggiare tassandolo sempre più severamente.

Ma il punto, come spesso accade, è il metodo. Stiamo parlando di aumenti “superiori al 250%” come denuncia il Sole 24 Ore, senza una valutazione di impatto specifica sui Paesi produttori. In Francia, dove la produzione è minima, il contraccolpo sarà limitato. In Italia, dove interi territori vivono della lavorazione del tabacco, il rischio è sistemico.

E quello del tabacco non è un caso isolato, si delinea un approccio che, sotto la spinta della sostenibilità e dell’armonizzazione fiscale, colpisce progressivamente settori strategici del nostro Made in Italy. Cambiano i dossier, ma lo schema si ripete: misure pensate in astratto, applicate in modo uniforme, con effetti devastanti su specifiche economie locali.

È il caso della nuova normativa ETS-2, che entrerà in vigore nel 2027 e prevede una carbon tax su benzina e riscaldamento domestico. Ufficialmente una misura per ridurre le emissioni. In pratica, secondo le stime de Il Giornale, potrebbe aumentare le bollette fino al 41% e far lievitare i costi per le famiglie e le imprese.

E poi c’è il vino

Non ancora nel mirino diretto, ma stretto tra normative su pesticidi, limiti ambientali e obblighi di etichettatura sempre più stringenti. In un comparto dove la qualità è spesso legata all’artigianalità, alla piccola scala e alla capacità di adattarsi a territori unici, ogni nuovo obbligo diventa un potenziale boomerang. «Non possiamo competere con chi ha vigneti industriali e normative più flessibili», avvertono molti piccoli produttori.

Una UE che non parla italiano

Il nodo politico è profondo. In nome della neutralità climatica e dell’armonizzazione fiscale, l’Europa sta riscrivendo le regole del gioco, ma senza distinguere tra economie, senza riconoscere che ciò che è sostenibile per la Germania potrebbe non esserlo per l’Italia. E che la transizione, se non è anche giusta, rischia di trasformarsi in una nuova diseguaglianza.

Il rischio non è solo economico. È politico. Le classi produttive penalizzate guardano sempre più con scetticismo a Bruxelles e se l’Europa diventa sempre più sinonimo di burocrazia, di tasse, di regole incomprensibili calate dall’alto, il suo stesso progetto vacilla.

Qual è il prezzo della sostenibilità?

La domanda non è se l’Europa debba diventare più sostenibile. La risposta è ovviamente sì. Ma a quale prezzo, e soprattutto: a vantaggio di chi? Quando si parla di etica ambientale senza tener conto del lavoro e delle tradizioni locali, si apre una faglia pericolosa.

Serve un’Europa meno uniforme e più intelligente, capace di promuovere la transizione senza disintegrare le economie che ancora tengono insieme i territori. Perché se la sostenibilità diventa sinonimo di esclusione e impoverimento, allora la crisi climatica sarà solo una delle tante emergenze che ci troveremo ad affrontare.

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