Timore per i dazi ma orgoglio italiano, la sfida di Vinitaly 2025

Timore per l’impatto dei dazi ma anche orgoglio italiano e pragmatismo. È l’atmosfera che si respira al Vinitaly 2025, la grande manifestazione internazionale sul vino che quest’anno si è aperta a pochi giorni dall’annuncio di Donald Trump. Proprio il vino è uno dei prodotti italiani che rischiano di essere più colpiti dalle nuove tariffe: gli Stati Uniti ne acquistano per 2 miliardi l’anno e rappresentano il 25% dell’intero export italiano del settore che ammonta a circa 8 miliardi di valore. Ma più che sconforto, tra gli stand (4.000 espositori in 18 padiglioni e buyer da 140 Paesi) c’è voglia di reagire, consapevoli di rappresentare un’eccellenza a livello mondiale. 

I numeri del vino in Italia

Il fatturato complessivo del vino, secondo i dati elaborati dalla testata specializzata Winenews vale 14,5 miliardi di euro, ma che sale a 31 miliardi con l’indotto ed a 45,2 miliardi tra impatto diretto e indiretto, per un comparto che copre l’1,1% del Pil italiano. L’export si attesta a 8,1 miliardi di euro (1,9 solo verso gli Usa), 3,06 miliardi sono le vendite in valore (gdo e retail Italia 2024) con un lieve aumento sull’anno precedente (+0,3%), 670.000 ettari la dimensione del Vigneto Italia, senza dimenticare i 29,4 milioni di consumatori nel Belpaese nel 2023. Il 2024 si conferma stabile, ma anche con picchi da record come dimostrano le cifre dell’export (+5,5% sul 2023). I volumi di vendita, a 743,4 milioni di litri, sono però leggermente in ribasso sul 2023 (-1,5%) e se nella Gdo i rossi sono ancora in testa con 311 milioni di litri, i bianchi seguono a poca distanza (283,5 milioni) precedendo gli spumanti (105 milioni di litri), fondamentali per tenere in positivo la bilancia dell’export, e i rosati (43,5 milioni di litri). 

Operatori a confronto sui dazi

Intanto va sfatato un mito, ovvero il fatto che il vino italiano non sarà toccato dai dazi perché in Usa si rivolge a una fascia medio-alta di mercato. Secondo i dati dell’Unione italiana vini, in realtà, i vini con un prezzo superiore ai 50 dollari rappresentano solo il 2% dell’offerta italiana mentre l’80% è in una fascia di prezzo franco cantina, inferiore ai 4 euro al litro alla partenza. In gran parte si tratta di Prosecco (150 milioni di bottiglie per un fatturato di mezzo miliardo di euro), Pinot Grigio,  Lambrusco e Chianti. Dunque tutti prodotti “pop”. 

Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Uiv, fa una proposta pragmatica: “Una strada da percorrere – spiega – è provare a condividere con i nostri importatori americani il costo del dazio. Un 10% possiamo assorbirlo noi produttori e l’altro 10% invece lo dovrebbero assorbire loro che, guadagnano tanto grazie alle etichette made in Italy”. Un’idea che al momento non sembra trovare la disponibilità delle controparti d’oltre oceano. “Sarebbe la strada più logica ma non è semplice da percorrere – spiega l’amministratore delegato di Feudi di San Gregorio, Antonio Capaldo -. E questo perché gli importatori americani hanno totale libertà di pricing. Quindi se io, da un lato, sono certo di applicare un taglio del 10% al mio margine, dall’altro, non sono altrettanto certo che lo farà il mio partner Usa”. Ma c’è anche chi, nei dazi, vede un’opportunità: “Penso – sottolinea Massimo Tuzzi, ad del Gruppo Terra Moretti – che possiamo cogliere quest’opportunità per alzare i prezzi e il valore percepito dei nostri vini. Sul terreno del valore delle bottiglie abbiamo tanto spazio da recuperare rispetto ai francesi. Io sono ottimista, penso che possa rivelarsi un’opportunità di valorizzazione ma anche una chance per innovare, per cambiare qualcosa”.

“Siamo una super potenza della qualità dell’agroalimentare – ha rivendicato il ministro Francesco Lollobrigida – che nasce dalla nostra sfida. Gli Usa sono un mercato importante, ma non fondamentale, rappresenta l’11% del nostro totale. Certo non ci vogliamo rinunciare e abbiamo un convincimento, l`Italia deve puntare alla produzione, non più legata a regole ideologiche, regole che gli altri non rispettano. Il nostro sistema agroalimentare punta al benessere e questo è un regalo anche per gli Stati Uniti, perché senza questi prodotti si mette a rischi la salute”.

“In questa questa fase – sottolinea il presidente di Coldiretti Ettore Prandini – è importante che l’Europa giochi in modo diverso, senza cadere in provocazioni, ma imboccando la via del dialogo e della diplomazia, unico modo per difendere i nostri interessi, ma anche quelli degli stessi statunitensi”. 

I premiati dell’edizione 2025

Molti i premi attribuiti nell’ambito della manifestazione. Il primo “Premio Vinitaly alla Carriera” è stato assegnato a Franco Barnabei (già Oscar del Vino 2000 come migliore enologo) per la valorizzazione dei vitigni tipici e autoctoni di ogni regione. Il nuovo trofeo “Premio Vinitaly Ristorazione d’Eccellenza” è andato allo chef dell’Osteria Francescana Massimo Bottura, per ben due volte al vertice della classifica del “The World’s 50 Best Restaurants”. C’è poi il Vinitaly International Award, il premio consegnato ogni anno alle realtà e personalità che si sono distinte per le attività nel contesto nazionale e internazionale. Il premio “italiano” è andato alla veronese Pasqua Vigneti e Cantine mentre per l'”estero” è stato premiato alla memoria Neil Empson, fondatore con la moglie Maria della Empson & Co., celebre azienda milanese di esportazione di vini italiani di alta gamma. A ricevere il “Premio Vinitaly 100 anni” per il 2025 è il Consorzio di tutela vini Valpolicella, che ha tagliato il traguardo del centenario proprio lo scorso febbraio in occasione di Amarone Opera Prima. Per il design, il Premio alla Carriera 2025 è andato a Gavino Sanna, eclettico pubblicitario, scrittore e critico d’arte, “guru” della comunicazione in Italia ma anche produttore di vino con Cantina Mesa. 

Novità e curiosità

Tra i padiglioni di Verona Fiere sono molti le novità e le curiosità ad attrarre l’attenzione. Uno spazio apposito dell’area Mixology (Padiglione C) è dedicata ai vini low e no-alchol. Si tratta di un settore che in Italia è ancora estremamente di nicchia (la produzione è stata autorizzata solo nel dicembre scorso) ma che nel mondo ha un mercato crescente, in particolare nei Paesi di religione musulmana. Il gusto – va detto – non è parso il massimo per i nostri palati ma è una novità da tenere d’occhio, vista anche la necessità di rivolgersi a nuovi sbocchi commerciali. 

Il Gambero Rosso, tra le sue degustazioni, propone uno spazio dedicato ai “Vini rari”, prodotti sotto le 3 mila bottiglie, con artigianalità innovativa o riscoperta di antiche tradizioni. In mostra ci sono 50 nomi, tra spumanti, bianchi, rossi e vini da meditazione, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.

In assaggio l’annata 2021 del Barolo in uscita sul mercato (pare sia una delle migliori degli ultimi anni) e anche la novità dei vini vegani Barone Pizzini, storica realtà Franciacorta guidata da Silvano Brescianini. Per arrivare alla bottiglia il percorso è stato lungo (dieci anni) ed è arrivato a compimento con la certificazione rilasciata dalla Vegan Society inglese. 

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