Ue pronta a misure per ridurre import da Cina, ma rischio è guerra commerciale

Dopo la vicenda dei dazi Usa (ancora non completamente chiusa) il peso della Cina nelle importazioni europee si è fatto ancora più gravoso. Per questo la Commissione europea sta mettendo a punto una serie di strumenti per evitare un “China shock” con effetti simili a quelli subiti dagli Stati uniti dopo l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio. Bruxelles, però, deve mantenere un difficile equilibrio per evitare che l’intervento sfoci in una guerra commerciale con Pechino.

I numeri di uno squilibrio

Per l’Ue non si tratta di un normale squilibrio commerciale, ma di un problema di sicurezza economica. Le importazioni cinesi, in alcuni comparti, arrivano sul mercato europeo a prezzi anche del 40% inferiori rispetto ai prodotti locali. Per l’industria europea questo significa concorrenza difficile da sostenere, soprattutto se la riduzione dei prezzi è legata a sovvenzioni pubbliche, sovracapacità produttiva e accesso asimmetrico ai mercati. I numeri spiegano la pressione. Nel 2025 l’Ue ha esportato verso la Cina beni per circa 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, con un disavanzo commerciale di 359,8 miliardi. Le esportazioni europee sono diminuite del 6,5 per cento rispetto al 2024, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4 per cento. La Cina resta il principale fornitore di beni dell’Ue e il secondo partner commerciale del blocco per il solo commercio di merci, dopo gli Stati uniti. Il rischio per Bruxelles è che la dipendenza europea diventi strutturale.

De-risking e non de-coupling

Per un confronto sulla questione cinese, venerdì 29 maggio si è riunito a Bruxelles il collegio dei Commissari. Al termine non ci sono state decisioni immediate (non erano del resto previste, se ne riparlerà al Consiglio del 18 giugno) ma è stato un passaggio politico rilevante. Al termine, la Commissione ha spiegato che l'”approccio generale” resta il de-risking, non il decoupling. Se la prima opzione prevede la riduzione del rischio, con operazioni mirate a ridurre gli impatti delle importazioni, nel secondo caso si tratterebbe di un “disaccopiamento”, ovvero – se non proprio una rottura di rapporti – un deciso allontanamento. Cosa, peraltro, nella pratica impossibile, da entrambi i fronti.

Per Bruxelles la Cina resta “un partner critico” e l’impegno e il dialogo proseguiranno. Allo stesso tempo, la Commissione afferma che l’attuale quadro delle relazioni commerciali e di investimento “non è sostenibile”. Con interessi economici e di sicurezza sempre più intrecciati, entrambe le dimensioni richiederanno “una risposta più robusta e coerente”. La preoccupazione riguarda molti settori, a partire dall’auto elettrica. Nella discussione entrano componenti industriali, macchinari, dispositivi medici, prodotti agricoli e tecnologie digitali. Ai commissari è stato chiesto di portare esempi dell’impatto delle attività cinesi nei rispettivi portafogli, dal commercio alla difesa, dalla salute all’agricoltura.

Quali sono le “armi” in mano all’Ue

L’Ue ha ancora carte importanti: il suo mercato è cruciale per le esportazioni cinesi, soprattutto nei prodotti a più alto valore aggiunto, come veicoli elettrici, batterie, componenti industriali e tecnologie verdi. Tra gli strumenti allo studio ci sono quote e salvaguardie commerciali più rapide dei dazi tradizionali. Il vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné ha annunciato che la Commissione proporrà una riforma dell’Unione doganale europea, “per accelerare e uniformare i controlli” alle frontiere, e che ci sarà anche “un rafforzamento e un aggiornamento degli strumenti di difesa commerciale’, con una loro ‘applicazione più sistematica e settoriale”.

La risposta di Pechino non si è fatta attendere. “La riduzione del rischio, la riduzione della dipendenza o il cosiddetto equilibrio commerciale, in realtà, sono tutti elementi di protezionismo”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning. Pechino ha avvertito che adotterà contromisure se Bruxelles procederà con misure considerate discriminatorie.

I rapporti Italia-Cina

Per l’Italia lo squilibrio nel rapporto con la Cina è particolarmente marcato. In sei anni, secondo i dati Unimpresa (https://www.unimpresa.it/disavanzio-italia-cina/70464), il disavanzo commerciale tra Italia e Cina è più che raddoppiato, passando da –18,7 miliardi di euro nel 2019 a –43 miliardi nel 2025, con una crescita del 62% delle importazioni italiane dai mercati cinesi. Nel 2024 la Cina ha esportato in Italia beni per oltre 52 miliardi di euro, a fronte di 18 miliardi di export italiani verso Pechino. Nei primi sette mesi del 2025 le importazioni dalla Cina sono aumentate del 29,3%, mentre le esportazioni italiane sono diminuite del 10%, con un peggioramento del saldo di oltre 9 miliardi. Il surplus cinese verso l’Italia è concentrato in quattro comparti principali: chimico (8,1 miliardi), elettronico e ottico (7,5 miliardi), apparecchi elettrici (6 miliardi) e macchinari (6 miliardi). Al di là del surplus, però, il dato rilevante è qualitativo: per molte imprese manifatturiere, infatti, la dipendenza dalla Cina dipende da componenti e materie prime. Per questo è necessario un intervento equilibrato per evitare “ritorsioni” che blocchino le produzioni.

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