Ursula von der Leyen è più debole che mai?

Il Parlamento europeo si prepara a votare, giovedì 10 luglio, una mozione di censura contro la Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Nonostante le scarse probabilità che venga approvata – servirebbero due terzi dei voti e una maggioranza assoluta degli eurodeputati – il clima che si respira a Bruxelles è tutt’altro che tranquillo.

Ma cos’è una mozione di censura? Si tratta dello strumento più forte che il Parlamento europeo può usare per esprimere la propria sfiducia nei confronti della Commissione. Se approvata porta alle dimissioni dell’intera Commissione europea, compresa la presidente. Nella storia dell’Unione, nessuna mozione di censura è mai stata approvata, ma anche solo il suo dibattito può rappresentare un momento di forte esposizione politica e di verifica degli equilibri parlamentari.

Il punto non è se la mozione passerà, ma cosa ci dice questo episodio sulla tenuta politica della presidente della Commissione poiché anche all’interno della coalizione centrista che l’aveva sostenuta – composta da Popolari (PPE), Socialisti (S&D), Liberali (Renew Europe) e Verdi – si registrano malumori crescenti.

Le crepe nella maggioranza

Il PPE resta compatto al fianco di von der Leyen. Il capogruppo Manfred Weber ha definito la mozione “una perdita di tempo orchestrata da burattini di Putin”, attaccando i promotori dell’estrema destra, in particolare AfD (Germania) e AUR (Romania).

Ma il sostegno inizia a scricchiolare altrove: i Socialisti hanno definito la mozione “una manovra reazionaria”, ma non hanno escluso l’astensione. Renew Europe ha dichiarato di essere contraria, pur cogliendo l’occasione per criticare la Commissione, definita “troppo centralizzata e fossilizzata”. I Verdi hanno fatto sapere che si opporranno, ma alcune voci interne parlano di possibili assenze o astensioni strategiche.

Il peso degli scandali: dallo Pfizergate al Green Deal

A pesare sul dibattito c’è anche il cosiddetto “Pfizergate”, l’opacità nella gestione dei messaggi tra von der Leyen e la casa farmaceutica durante la pandemia. Una vicenda mai davvero chiarita, che è tornata nei discorsi in aula, seppur in modo strumentale da parte dell’estrema destra.

Altro punto critico: la retromarcia sul Green Deal, che ha fatto infuriare Socialisti e Verdi, dopo che von der Leyen ha scelto di ritirare la direttiva contro il greenwashing con l’appoggio dei conservatori.

Un segnale per l’Europa

La mozione, pur destinata al fallimento, rappresenta un banco di prova per la leadership di von der Leyen, che entra ora nella fase finale del suo mandato con una legittimazione sempre più fragile.

La coalizione che l’aveva sostenuta è oggi divisa, e il rischio è che il voto del 10 luglio – pur non facendo cadere la Commissione – lasci una ferita politica profonda. Se l’astensione sarà ampia, i numeri potrebbero salvare la Commissione ma non l’immagine della presidente, sempre più contestata anche dai suoi ex alleati.

Il 10 luglio non cadrà la Commissione, ma potrebbe cadere il mito della stabilità europea attorno a Ursula von der Leyen. Un voto simbolico, ma dal potenziale esplosivo: l’Europa osserva, e si chiede se questo sia l’inizio della fine.

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