Vario è bello. E’ proprio il caso di parafrasare il classico motto (“piccolo è bello”) con cui viene descritto il sistema economico italiano per parlare dell’export del Made in Italy. A fine 2025, secondo l’Ocse l’Italia si è piazzata al quinto posto tra le potenze esportatrici a livello mondiale (dietro Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone), al netto di realtà come Paesi Bassi e Hong Kong il cui dato è falsato dal transito portuale di merci, nel primo caso da Rotterdam, principale hub marino a livello europeo. La classifica è, in realtà, in continua evoluzione, complice anche un quadro internazionale instabile: il dato di fatto è che ai piedi del podio, l’Italia si contende il posto d’onore con Giappone e Corea del Sud. Ma quel che conta, in realtà, al di là della classifica è un’analisi qualitativa dell’export italiano.
L’export italiano, primo per varietà di prodotti…
Dall’analisi dei dati si vede che il punto di forza del Made in Italy è che spazia su una gamma molto ampia di settori merceologici, cosa che non accade ai suoi competitor, spesso più specializzati. L’Italia, come ha sottolineato il quotidiano economico francese Les Echos è il Paese che esporta la più ampia varietà di prodotti verso il maggior numero di destinazioni. I suoi 100 principali prodotti rappresentano solo il 40% delle esportazioni, mentre Francia (50,5%) e Corea del Sud (67,6%) dipendono in misura molto maggiore da alcuni settori chiave. Più in dettaglio, secondo il Sole24Ore, i più importanti settori dell’Italia spaziano dalla meccanica non elettrica (60,5 miliardi di dollari di surplus nel 2025) alla farmaceutica (37,7 miliardi), dai vini e le bevande (10,7 miliardi) ai mobili (10,5 miliardi), dalla cantieristica degli yacht e delle navi da crociera (9,8 miliardi) alla pasta e ai prodotti da forno (7,9 miliardi), fino alla pelletteria (7,3 miliardi) e alle calzature (4,9). Senza dimenticare abbigliamento non a maglia (6,9 miliardi), cosmetica (5 miliardi), piastrelle ceramiche (4,6 miliardi) i mezzi aerospaziali (3,9 miliardi), i derivati di pomodoro, ortaggi e frutta (4,1 miliardi) fino ai prodotti in ferro e acciaio (12,7 miliardi). Nel 2025 l’agroalimentare italiano, un settore che va dal vino, agli ortaggi fino al tabacco, ha raggiunto un nuovo record, sfiorando i 73 miliardi di euro di export. Se dunque mancano i “giganti”, l’Italia è la nazione con il più alto numero complessivo di settori attivi da 5 a 49,9 miliardi: in totale 11.
… e per numero di destinazioni
Una varietà che si riverbera anche sui dati relativi ai Paesi di destinazione dell’export e che consente di mantenere, secondo i dati Mimit, una quota di mercato globale del 5% circa. I principali mercati di sbocco per l’export italiano sono gli Stati Uniti, la Germania e la Francia, che da soli assorbono circa un terzo del valore totale. Ma tra i clienti figurano con quote importanti la Cina, la Spagna, la Turchia, oltre a “insospettabili” come la Svizzera, che ha avuto un boom nel primo trimestre 2026 (+84,6%). Già importanti, e in ulteriore crescita grazie anche ai recenti accordi, gli sbocchi costituiti dai Paesi dell’Africa settentrionale, quelli del Mercosur, l’India e gli Stati del Golfo. Perché la varietà è un punto di forza Con questi numeri, l’Italia ha dimostrato di essere la nazione più dinamica del G7, con una crescita quasi doppia rispetto alla Francia (+28%) e alla Germania (+27%). “L’Italia è l’unico Paese europeo ad aver tenuto testa alla Cina negli ultimi dieci anni”, ha detto a Les Echos Marco Fortis, della Fondazione Edison. La chiave di questo successo sta proprio nella varietà di prodotti e di “clienti”. Chi fa affidamento su giganti industriali o produzioni di massa, infatti, è più soggetto a subire, nel suo segmento, gli impatti dovuti a eventuali crisi geopolitiche o all’emergere di realtà direttamente concorrenti. Puntare su una gamma ampia di prodotti, invece, consente di coprire eventuali danni o problemi andando a caccia di nuovi mercati. Questo grazie anche (ed è il secondo punto di forza) alla flessibilità garantita da un sistema economico formato da quasi 30 mila “multinazionali tascabili”, per lo più aziende piccole e medie (tra 50 e 1000 dipendenti), raccolte in distretti e filiere. Se da un lato, si è sempre detto, questo comporta un limite alla possibilità di fare massa critica, dall’altro consente di adattarsi alle fluttuazioni del mercato in modo rapido. Cosa fondamentale soprattutto in una fase di incertezza come quella attuale.
Positivi anche i primi mesi 2026
Anche nel primo trimestre di quest’anno, secondo l’Istat, l’export ha continuato a crescere (+4% sul trimestre precedente). La crescita tendenziale in termini monetari è più sostenuta per i mercati Ue (+9,6%) rispetto a quelli extra Ue (+5,1%). Tra i settori che più contribuiscono alla crescita tendenziale dell’export si segnalano metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+38,6%), coke e prodotti petroliferi raffinati (+55%), autoveicoli (+15,8%), computer, apparecchi elettronici e ottici (+17,5%), articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+4,6%). L’avanzo commerciale è pari a +10,8 miliardi di euro, in aumento rispetto al primo trimestre 2025 (+8,9 miliardi).





